In Italia persone senza la minima preparazione scientifica propagandano sui media diversi tipi di dieta come soluzione di tutti i mali (diabete insulino dipendente compreso) e come mezzo per allungare la vita, mettendo in pericolo la salute dei pazienti.
La cosiddetta dieta a basso contenuto di carboidrati deve essere considerata a tutti gli effetti una dieta “estrema” in cui non si tratta di ridurre, ma di quasi eliminare i carboidrati dalla dieta. Vengono dati al massimo 30 grammi di carboidrati derivati da verdure (una patata di medie dimensioni o di una porzione media di broccoli) o frutta secca. Se si eliminano i carboidrati dalla dieta (meno del 5%), con qualcosa bisogna sostituirli, e in questo caso il restante 95% di quello che si mangia è composto da grassi o proteine.
Nel paziente diabetico, che già è a maggior rischio della popolazione generale per aterosclerosi e quindi le malattie correlate (ictus cerebrale, infarto miocardico, al punto che il diabete tipo 2 si può considerare una malattia cardiologica), un uso eccessivo di grassi altera i livelli nel sangue di colesterolo e trigliceridi, e questo in un soggetto che molto spesso ha lesioni anche con colesterolo normale (che quindi si deve tenere più basso che nella popolazione generale) e in cui le donne hanno perso la protezione degli estrogeni e quindi hanno lo stesso rischio dei maschi. Un uso maggiore di proteine chiama i reni ad un lavoro maggiore, accelerando la progressione verso l’insufficienza renale. E’ noto che la quantità e la qualità delle proteine della dieta possono influenzare la funzione renale, e che nel soggetto diabetico specie di tipo 1 i reni sono invece da proteggere perché purtroppo ancora oggi il diabete rappresenta una delle più frequenti cause di ricorso alla dialisi per grave insufficienza renale.
Nel diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, una dieta deve essere composta per circa il 50% da carboidrati, scegliendoli però tra quelli “complessi” ed a basso indice glicemico.
La ricerca scientifica deve sempre mettere alla prova nuove ipotesi, e lo fa con metodiche ber precise, basate per lo più sulla medicina basata sulle evidenze: su studi clinici controllati, in cui ci sono almeno due gruppi di soggetti: uno trattato con il metodo considerato fino a quel momento il più efficace, ed un altro con il nuovo metodo da studiare, mentre chi opera sul campo e raccoglie i dati non sa a che gruppo appartengono i pazienti, in modo da non avere alterata la capacità di giudizio, che porta inconsciamente a valutare diversamente i dati raccolti. Si sono trovati invece sondaggi on line compiuti non su pazienti con diabete, ma su soggetti che partecipano ad una comunità Facebook di “pazienti” che si dichiarano affetti da diabete e che avrebbero deciso di aderire a queste diete; tra i sostenitori dell’uso di queste “sperimentazioni” ci sono anche autori di libri che propagandano diete o integratori.
L’anello debole della catena è rappresentato dai pazienti, che vivono ogni giorno la difficoltà del diabete e sono, specie i ragazzi e le famiglie di soggetti con diabete tipo 1, particolarmente “fragili” e non sempre in grado di discernere, tra le varie notizie, quelle più affidabili.