Su una nuova molecola recentemente scoperta

Fare attività sportiva ha una azione quasi farmacologica nel proteggere l’organismo dalle malattie metaboliche come il diabete e le dislipidemie. Sono allo studio nuove terapie in grado di riprodurre questo effetto-scudo dell’esercizio fisico. Sul ‘Journal of Diabetes Research’ è stato pubblicato un lavoro sperimentale che riguarda il ruolo dell’irisina, una molecola che viene prodotta dal muscolo durante l’attività sportiva e che potrebbe spiegare l’azione di una vita attiva nel migliorare il metabolismo. In questo lavoro, 70 persone sane, uomini e donne tra i 18 e i 75 anni, senza sovrappeso o importanti  patologie metaboliche (dislipidemia, diabete o intolleranza al glucosio, oltre alla più completa sindrome metabolica) sono state suddivise in 4 gruppi nei quali 10 erano volontari sani sedentari, 20 volontari sani con attività fisica amatoriale (2-3 volte a settimana), 20 volontari che praticavano attività fisica semi-agonistica (4-5 volte a settimana) e 20 volontari che facevano attività fisica agonistica a livello nazionale o internazionale (5-7 volte a settimana).Questo ha permesso di misurare questa molecola in persone sportive di alto livello, dimostrando che un suo aumento aumenta complessivamente il grado di benessere dell’organismo, riducendo lo sviluppo di malattie metaboliche come diabete, obesità e sindrome metabolica. Questo stato di benessere era direttamente correlato alla quantità di attività fisica svolta dai diversi gruppi studiati. In Italia e dovunque nel mondo, l’incidenza di obesità e diabete è in continuo aumento da molti anni, provocata da una dieta scorretta e per la riduzione della  attività fisica causata dai nuovi stili di vita . Nel futuro si potrebbero studiare  farmaci in grado di imitare l’azione della irisina, producendo così degli effetti positivi simili a quelli dell’attività sportiva vera, anche se sarà difficile che siano esattamente gli stessi su tutti gli apparati dell’organismo.

La dieta mediterranea e i suoi effetti in menopausa sui muscoli e sulle ossa

Oltre agli effetti benefici ben conosciuti sul cuore e sulle arterie, la dieta ricca di frutta, verdura e cereali integrali è utile al sistema muscolo-scheletrico. Le donne in menopausa che seguono la dieta mediterranea avrebbero una maggiore massa ossea e muscolare.
La dieta mediterranea è associata a un minor rischio di malattie cardiache, diabete, cancro e altre malattie croniche, ma si sapeva poco sull’effetto della dieta sulla composizione corporea dopo la menopausa. Così, dei ricercatori brasiliani hanno reclutato per uno studio 103 donne di età media di 55 anni, in menopausa in media da cinque anni e mezzo. Attraverso la MOC, si è valutata la densità minerale ossea e la massa muscolo-scheletrica; per valutare la dieta, le donne hanno risposto a un questionario. La dieta mediterranea si basava sull’apporto di verdure e legumi, frutta, cereali, pesce, alcool, olio d’oliva, latticini e carne. Il lavoro è stato presentato al congresso annuale della Endocrine Society, che si è tenuto a Chicago nel 2018.
Una maggiore aderenza alla dieta mediterranea è stato associato significativamente a una maggiore massa muscolo-scheletrica e a una più elevata densità ossea della colonna vertebrale, a livello del tratto lombare, mentre per quanto riguarda il il collo del femore non c’è stata differenza significativa tra chi praticava dieta mediterranea o altri regimi dietetici. Dei tipi di alimenti usati per la dieta mediterranea, l’olio d’oliva era associato alla perdita di grasso corporeo. La dieta mediterranea, in combinazione stili di vita attivi può essere una strategia non farmacologica per la prevenzione di osteoporosi e delle fratture, e la qualità della dieta è legata all’educazione alimentare.

PARLANDO DI CARNI ROSSE.

Gli articoli sulla  pericolosità delle carni rosse sono stati molto amplificati dalla stampa dopo la  pubblicazione del rapporto IARC (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) del 2015, che sembrava dare notizie drammatiche: c’era stata subito una ondata di panico che poi è calata progressivamente.

Sono carni rosse tutte le carni ottenute dal muscolo dei mammiferi: bovini, suini, ovini, caprini ed equini. Da queste si devono distinguere le carni lavorate, che sono sottoposte a affumicatura, essiccazione, salatura o all’aggiunta di conservanti o sostanze inserite   per   esaltarne il sapore.
La carne bianca è quella ottenuta dal pollame.

La IARC nel suo rapporto del 2015 ha stabilito la cancerogenicità della carne rossa e delle carni lavorate, ma inserendole in due categorie differenti: le carni rosse sono state inserite nel gruppo 2A, dove ci sono le sostanze probabilmente cancerogene ma con limitate prove epidemiologiche; le carni lavorate sono state inserite nel gruppo 1, con le sostanze per le quali ci sono delle sufficienti prove come potenziali cancerogeni, in particolare riguardo il carcinoma del colon.

La pericolosità del consumo della carne rossa sarebbe attribuita al gruppo eme, un componente della emoglobina e della mioglobina, che ha il ruolo di legare ossigeno ad un atomo di ferro e permettere così il suo trasporto nei globuli rossi (emoglobina) e il trasporto all’interno delle cellule muscolari (mioglobina); si tratta di componenti normali e vitali dell’organismo. 
Le carni rosse contengono più mioglobina delle carni bianche per la diversa composizione muscolare delle specie animali: è il maggiore contenuto di mioglobina a dare il colore rosso alla carne.

Alcuni studi hanno ipotizzato che il gruppo eme potrebbe stimolare nel grosso intestino la produzione di sostanze cancerogene e possa provocare una infiammazione delle pareti del colon; una assunzione smodata e prolungata per molto tempo potrebbe creare una infiammazione intestinale perenne,  aumentando il rischio statistico di far sviluppare tumori del colon.

Per le carni lavorate la situazione è più complessa: all’eme si aggiungono  nitrati e nitriti, conservanti che si trasformano poi chimicamente (sotto l’azione della saliva e dell’acido  cloridrico dello stomaco) o durante la cottura (frittura, ma anche cotture ad alte temperature in generale). Il risultato è la produzione di nitrosamine (dimostrate come potenziali cancerogeni) e idrocarburi policiclici aromatici, sostanze  di cui è completamente dimostrata l’azione cancerogena, che sono prodotti della combustione, quindi si producono nelle carni cotte alla brace, affumicate, con cottura ad alte temperature, cibi bruciati e carbonizzati, per cui è importante evitare che si brucino e di mangiare  le porzioni carbonizzate.

In ogni caso, i rischi sono correlati alla assunzione di carne in quantità esagerate: i valori soglia per l’assunzione di carne sono circa 500 grammi alla settimana per lo IARC, che consiglia di ridurre al minimo le carni lavorate; si deve ricordare che la carne è un’ottima fonte di vitamina B12 e ferro assorbibile e che quindi il consumo di quantità corrette è utilissimo e necessario per il nostro organismo.

La carne del pollame da un punto di vista è preferibile perchè fornisce un apporto di proteine sufficiente con più grassi insaturi, a differenza della carne rossa che contiene acidi grassi saturi, in grado di aumentare il colesterolo circolante e aumentando quindi il rischio per il cuore e le arterie; per questi motivi si deve parlare semplicemente di moderazione.

Diabete: attenzione alle diete non validate scientificamente

In Italia persone senza la minima preparazione scientifica propagandano sui media diversi tipi di dieta come soluzione di tutti i mali (diabete insulino dipendente compreso) e come mezzo per allungare la vita, mettendo in pericolo la salute dei pazienti.
 La cosiddetta dieta a basso contenuto di carboidrati  deve essere considerata a tutti gli effetti una dieta “estrema” in cui non si tratta di ridurre, ma di quasi eliminare i carboidrati dalla dieta. Vengono dati al massimo 30 grammi di carboidrati derivati da verdure (una patata di medie dimensioni o di una porzione media di broccoli) o frutta secca. Se si eliminano i carboidrati dalla dieta (meno del 5%), con qualcosa bisogna sostituirli, e in questo caso il restante 95% di quello che si mangia è composto da grassi o proteine.
 Nel paziente diabetico, che già è a maggior rischio della popolazione generale per aterosclerosi e quindi le malattie correlate (ictus cerebrale, infarto miocardico, al punto che il diabete tipo 2 si può considerare una malattia cardiologica), un uso eccessivo di grassi altera i livelli nel sangue di colesterolo e trigliceridi, e questo in un soggetto che molto spesso ha lesioni anche con colesterolo normale (che quindi si deve tenere più basso che nella popolazione generale) e in cui le donne hanno perso la protezione degli estrogeni e quindi hanno lo stesso rischio dei maschi. Un uso maggiore di proteine chiama i reni ad un lavoro maggiore, accelerando la progressione verso l’insufficienza renale. E’ noto che la quantità e la qualità delle proteine della dieta possono influenzare la funzione renale, e che nel soggetto diabetico specie di tipo 1 i reni sono invece da proteggere perché purtroppo ancora oggi il diabete rappresenta una delle più frequenti cause di ricorso alla dialisi per grave insufficienza renale.
 Nel diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, una dieta deve essere composta per circa il 50% da carboidrati, scegliendoli però tra quelli “complessi” ed a basso indice glicemico.
 La ricerca scientifica deve sempre mettere alla prova nuove ipotesi, e lo fa con metodiche ber precise, basate per lo più sulla medicina basata sulle evidenze: su studi clinici controllati, in cui ci sono almeno due gruppi di soggetti: uno trattato con il metodo considerato fino a quel momento il più efficace, ed un altro con il nuovo metodo da studiare, mentre chi opera sul campo e raccoglie i dati non sa a che gruppo appartengono i pazienti, in modo da non avere alterata la capacità di giudizio, che porta inconsciamente a valutare diversamente i dati raccolti. Si sono trovati  invece sondaggi on line compiuti non su pazienti con diabete, ma su soggetti che partecipano ad una comunità Facebook di “pazienti” che si dichiarano affetti da diabete e che avrebbero deciso di aderire a queste diete; tra i sostenitori dell’uso di queste “sperimentazioni” ci sono anche autori di libri che propagandano diete o integratori.
L’anello debole della catena è rappresentato dai pazienti, che vivono ogni giorno la difficoltà del diabete e sono, specie i ragazzi e le famiglie di soggetti con diabete tipo 1, particolarmente “fragili” e non sempre in grado di discernere, tra le varie notizie, quelle più affidabili.

L’obesità è una condizione ampiamente prevenibile

L’obesità è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo, il che determina gravi danni alla salute. E’ causata nella maggior parte dei casi da stili di vita scorretti: da una parte, un’alimentazione scorretta ipercalorica e dall’altra un ridotto dispendio energetico a causa di inattività fisica. L’obesità è quindi una condizione ampiamente prevenibile.

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale sia perché la sua prevalenza è in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito sia perché è un importante fattore di rischio per varie malattie croniche, quali diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori.

Si stima che il 44% dei casi di diabete tipo 2, il 23% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41% di alcuni tumori sono attribuibili all’obesità/sovrappeso. In totale, sovrappeso e obesità rappresentano il quinto più importante fattore di rischio per mortalità globale e i decessi attribuibili all’obesità sono almeno 2,8 milioni/anno nel mondo.

L’indice di massa corporea IMC (body mass index BMI) è l’indice per definire le condizioni di sovrappeso-obesità più ampiamente utilizzato, anche se dà un’informazione incompleta (ad es. non dà informazioni sulla distribuzione del grasso nell’organismo e non distingue tra massa grassa e massa magra); l’IMC è il valore numerico che si ottiene dividendo il peso (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri).

Le definizioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sono:

  • sovrappeso = IMC da uguale o superiore a 25 fino a 29,99
  • obesità = IMC uguale o superiore a 30.

Secondo dati dell’OMS, la prevalenza dell’obesità a livello globale è raddoppiata dal 1980 ad oggi; nel 2008 si contavano oltre 1,4 miliardi di adulti in sovrappeso (il 35% della popolazione mondiale); di questi oltre 200 milioni di uomini e oltre 300 milioni di donne erano obesi (l’11% della popolazione mondiale). Nel frattempo, il problema ha ormai iniziato ad interessare anche le fasce più giovani della popolazione: si stima che nel 2011 ci fossero nel mondo oltre 40 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni in sovrappeso.

In Italia, il sistema di monitoraggio del Centro nazionale di prevenzione e controllo delle malattie del Ministero della Salute (con raccolta dati antropometrici e sugli stili di vita, dei bambini delle terza classe primaria 8-9 anni di età ) ha riportato che il 22,9% dei bambini in questa fascia di età è in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità (dati relativi all’anno 2010).

Il progetto Hbsc-Italia (Health Behaviour in School-aged Children-Comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare), uno studio multicentrico internazionale a cui aderisce anche l’Italia, con l’obiettivo di approfondire le conoscenze sulla salute dei ragazzi di 11, 13 e 15 anni, nel 2010 ha evidenziato che la frequenza dei ragazzi in sovrappeso e obesi è più elevata negli 11enni (29,3% nei maschi e 19,5% nelle femmine), che nei 15enni (25,6% nei maschi e 12,3% nelle femmine). Questo dato è particolarmente preoccupante, in quanto indica che il fenomeno obesità è in espansione e colpisce più frequentemente le generazioni più giovani.

Secondo i dati raccolti nel 2010 dal sistema di sorveglianza Passi, in Italia il 32% degli adulti è sovrappeso, mentre l’11% è obeso. In totale, oltre quattro adulti su dieci (42%) sono cioè in eccesso ponderale in Italia.

“Passi d’argento”, il sistema sperimentale (avviato in 7 Regioni italiane) di sorveglianza della salute della popolazione anziana, infine indica che nella popolazione tra i 65 e i 75 anni di età sono in sovrappeso/obesi il 60% degli individui; tra i 75 e gli 84 anni le persone in sovrappeso/obesità sono il 53% e tra gli ultra 85enni il 42%.

Dieta e attività fisica: effetti sul profilo cardiovascolare nelle donne.

La combinazione di un programma di dieta mediterranea e attività fisica mirati consente di ottenere, nell’arco di sei mesi, calo ponderale, rimodellamento della composizione corporea e riduzione degli indici di rischio cardiovascolare in donne sovrappeso/obese. La ricerca è stata condotta dal dipartimento di Biomedicina e prevenzione dell’Università di Roma Tor Vergata, e pubblicata di recente su Nutrients.

Lo studio intendeva valutare gli effetti della Dieta mediterranea italiana di riferimento nella prevenzione e nella terapia delle patologie cronico-degenerative. Sono stati condotti molti studi clinici su popolazioni diverse che confermano come la Dieta mediterranea si associ a ridotta incidenza, prevalenza e mortalità per cardiopatia coronarica, oltre che di altre malattie cardiovascolari e a una ridotta mortalità per tutte le cause. Sappiamo che seguire le indicazioni della Dieta Mediterranea, insieme allo stile di vita attivo, determina la riduzione in 25 anni del 18% del rischio di morte per patologie cardiovascolari.  Purtroppo, le giovani generazioni stanno abbandonando gradualmente la Dieta Mediterranea a favore di nuove tendenze alimentari caratterizzate da cibi a elevato contenuto di grassi o ultraprocessati.

Per la prima volta è stato condotto uno studio clinico per valutare gli effetti del trattamento combinato dieta- attività sia sulla composizione corporea, definita nei suoi quattro compartimenti rappresentati dal tessuto adiposo, muscolare, osseo e dalla quantità di acqua totale, intracellulare e extracellulare, sia su diversi parametri metabolici legati a stato nutrizionale-infiammazione, funzione immunitaria, profilo lipidico e glucidico.

Dal pool di pazienti studiati sono state selezionate 52 donne che rientravano nei criteri di analisi. Le stesse sono state seguite per i sei mesi successivi al primo accesso in ambulatorio. A tutte le pazienti arruolate è stata effettuata una valutazione dello stato nutrizionale preliminare tramite visita medica, misurazioni antropometriche, esami laboratoristici e determinazione della composizione corporea tramite bioimpedenziometria.

Per ciascuna paziente è stato elaborato un piano alimentare personalizzato e prescritta attività fisica programmata. Successivamente, sono stati programmati controlli mensili ambulatoriali con ripetizione delle misure antropometriche, dell’esame bioimpedenziometrico e valutazione dell’aderenza al regime alimentare e all’attività fisica

Ves e Pcr sono stati utili per la determinazione dello stato infiammatorio; la conta piastrinica e linfocitaria per la misurazione degli indici infiammatori Nrl e Plr. Il profilo lipidemico è stato utilizzato per la valutazione della dislipidemia e degli indici di rischio cardiovascolari. Inoltre, la trigliceridemia, insieme alla circonferenza vita è stata utilizzata per misurare l’indice adipocitario Lap. Il profilo glicemico è stato impiegato per la valutazione di resistenza e sensibilità all’insulina, transaminasi, Gamma GT e albumina per la misurazione degli indici di epatosteatosi e fibrosi epatica e, infine, il dosaggio dell’acido urico e della vitamina D per l’identificazione di uno stato di iperuricemia e/o ipovitaminosi D. 

Alle donne in studio è stata prescritta una dietoterapia personalizzata, isocalorica se normopeso o ipocalorica se sovrappeso/obese. La ripartizione dei macronutrienti è stata: carboidrati 45-50% Kcal/die; protidi 20-25% si basava su 3 pasti principali al giorno e 2 spuntini. A tutte le partecipanti è stata prescritta una attività fisica programmata pari a 150 minuti a settimana, aerobica a intensità moderata, e/o 90 minuti a settimana di attività ad alta intensità.  Si è raccomandato di praticare l’attività fisica almeno tre giorni alla settimana, secondo linee guida della Società italiana di diabetologia.

Al momento dell’arruolamento, il 94% delle pazienti era obeso con diverse comorbidità, quali prediabete, sindrome metabolica, dislipidemia ed ipertensione. La compliance alla terapia è stata molto alta: tutte le pazienti in studio hanno seguito alla perfezione le indicazioni ricevute. Dopo 6 mesi, si è osservato un miglioramento della composizione corporea e dei parametri ematochimici in esame.  Si è rilevata una riduzione della massa adiposa totale con un mantenimento della massa minerale ossea e muscolare. Si è osservata una riduzione dei kg di massa grassa corporea e della percentuale di massa grassa, in presenza di una riduzione dell’acqua extracellulare. Al T0 la maggior parte della popolazione in studio ha mostrato indici di rischio alterati, specialmente quelli associati con lipoproteine plasmatiche. Dopo sei mesi di terapia, la maggior parte di questi marker si è normalizzata. Si è osservata una riduzione significativa delle lipoproteine plasmatiche, dei trigliceridi e del colesterolo totale, soprattutto tra chi aveva ottenuto una riduzione della massa grassa di almeno il 15%. Per quanto concerne il rischio per patologie cardiache e infiammatorie, si sono osservati miglioramenti di tutti gli indici esaminati.

La dieta mediterranea si è rilevata ancora una volta un ottimo protocollo alimentare di prevenzione e predizione del rischio delle patologie croniche. Gli indici descritti possono essere utilizzati a completamento della valutazione dello stato nutrizionale per indentificare soggetti ad alto rischio per malattie cronico degenerative e intraprendere ulteriori indagini per la determinazione del rischio o di patologia cronica già in atto. La perdita di almeno il 10% del peso e di almeno il 15% di grasso rispetto alla condizione di partenza si sono dimostrati fattori predittivi della riduzione degli indici di rischio e in alcuni casi la perdita della massa grassa è risultata maggiormente determinante, soprattutto sugli indici di rischio cardiovascolari e di steatosi epatica. Infine, l’attività fisica svolta con costanza ha un ruolo nel mantenimento e nel potenziamento della massa muscolare, il motore del nostro organismo e dovrebbe essere svolta almeno tre volte a settimana.

Gli obesi vivono fino a 6 anni meno di normopesi

Non avere troppi chili di troppo allunga la vita: e precisamente fino a sei in più per gli uomini e fino a tre anni e mezzo in più per le donne. Un nuovo studio pubblicato su Jama Cardiology contraddice il cosiddetto ‘paradosso dell’obesità’, secondo il quale le persone a cui è stata diagnosticata una malattia cardiovascolare vivono più a lungo, se obese, rispetto a persone che hanno un peso normale.  

Mostra infatti che le persone in sovrappeso, e ancor di più quelle obese, hanno un rischio maggiore di morte e trascorrono più anni a combattere con infarti e ictus.    Per far chiarezza in tal senso, i ricercatori della Northwestern University, nell’Illinois hanno esaminato i dati di 190.672 persone in 10 grandi gruppi con un totale di 3,2 milioni di anni di follow-up. Tutti i partecipanti erano liberi da malattie cardiovascolari all’inizio dello studio.    Rispetto agli uomini con peso normale, la probabilità di avere ictus, infarto, insufficienza cardiaca negli uomini di mezza età (40-59 anni) in sovrappeso era del 21% superiore e arrivava ad essere maggiore del 67% se erano obesi. Rispetto alle donne con peso normale, le probabilità di avere le stesse malattie erano superiori del 32% nelle donne in sovrappeso e più alte dell’85% in quelle obese.

Gli uomini di mezza età di peso normale hanno vissuto 1,9 anni in più rispetto a quelli obesi e 6 anni in più rispetto agli obesi più gravi. Le donne di mezza età di peso normale hanno vissuto 1,4 anni in più rispetto alle donne in sovrappeso, 3,4 anni in più rispetto alle donne obese. Il cosiddetto paradosso dell’obesità, ha causato molta confusione e potenziali danni perché sappiamo che ci sono rischi cardiovascolari e non cardiovascolari associati all’obesità. E’ vero piuttosto, secondo i ricercatori, che in chi ha molto chili di troppo è più facile che le malattie cardiovascolari vengano diagnosticate prima e si inizino prima le terapie.

La sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia

Ben pochi in Italia raggiungono il livello minimo consigliato per l’attività fisica e ormai tra i bambini  solo uno su quattro dedica almeno un’ora a settimana a giochi in movimento, dati dell’Istituto Superiore di Sanità, del Ministero della Salute e del Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Non è soltanto un’attività sportiva di tipo organizzato o agonistico a far mantenere  in buona salute, ma tutte le occasioni in cui si può combattere la sedentarietà (come ad esempio camminare, andare in bicicletta, fare giardinaggio, portare il cane a passeggio, ecc).

Dai dati emerge che la sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia, pari a circa 88.200 casi all’anno, e di una spesa in termini di costi diretti sanitari di 1,6 miliardi di euro annui per le quattro patologie maggiormente imputabili alla sedentarietà (tumore della mammella e del colon-retto, diabete di tipo 2, malattia coronarica). Un aumento dei livelli di attività fisica e l’adozione di stili di vita salutari determinerebbero un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale pari a oltre 2 miliardi e 300 mila euro in termini di prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali, trattamenti ospedalieri e terapie farmacologiche evitate.

Anche i dati dell’OMS riportano la stessa stima, calcolata nel mondo: un adulto su quattro non è sufficientemente attivo e l’80% degli adolescenti non raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, in particolare, in Europa oltre un terzo della popolazione adulta e due terzi degli adolescenti non sembrano svolgere abbastanza attività fisica.
In Italia i dati riferiscono che solo il 50% degli adulti raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, che un bambino su quattro dedica al massimo un giorno a settimana (almeno un’ora) allo svolgimento di giochi di movimento, che tra gli adolescenti meno del 10% raggiunge le raccomandazioni dell’OMS, che i maschi sono più attivi delle femmine (anche se usano maggiormente i computer) e che fra gli ultra 64enni il livello di attività fisica svolto dagli anziani diminuisce all’avanzare dell’età ed è significativamente più basso tra le donne, tra le persone con svantaggio socio-economico e tra i residenti nel meridione.

Obesità

Secondo il rapporto nazionale del 2016, emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) era in sovrappeso, mentre una persona su dieci era obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni era in sovrappeso. Le differenze sul territorio mostrano una differenza tra Nord e Sud: le Regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone maggiorenni obese e in sovrappeso rispetto a quelle settentrionali. 

La percentuale di popolazione in sovrappeso cresce all’aumentare dell’età e, in particolare, il sovrappeso passa dal 14% della fascia di età 18-24 anni al 46% tra i 65-74 anni, mentre l’obesità passa, dal 2,3% al 15,3% per le stesse fasce di età. Inoltre, la condizione di sovrappeso è più diffusa tra gli uomini rispetto alle donne (sovrappeso: 44% vs 27,3%; obesità: 10,8% vs 9%). 

Nonostante il grado di malnutrizione esistente sul pianeta, l’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica nel mondo; si sta diffondendo in molti Paesi e può causare, in assenza di un’azione immediata, problemi sanitari molto gravi nei prossimi anni.

 L’eccesso ponderale è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo, in genere a causa di un’alimentazione scorretta e di una vita sedentaria.  Alimentazione e attività fisica sono comportamenti fortemente influenzati dalle condizioni sociali, economiche e culturali. Sfatando un luogo comune abbastanza diffuso, l’obesità non è un “problema dei ricchi”. O almeno, non solo: le fasce di popolazione più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico tendono infatti a consumare più carne, grassi e carboidrati, piuttosto che frutta e verdura, e a curare meno la propria immagine e il benessere fisico.

 A livello psicologico, l’obesità può stravolgere completamente la vita di una persona: chi è obeso spesso viene isolato e sottoposto a una vera e propria stigmatizzazione sociale, che rende difficile qualunque tipo di socialità. In particolare, i bambini in sovrappeso tendono a sviluppare un rapporto difficile con il proprio corpo e con i propri coetanei, con conseguente isolamento, che spesso si traduce in ulteriori abitudini sedentarie.

 Obesità e sovrappeso sono condizioni associate a morte prematura e sono fattori di rischio per le più diffuse malattie croniche.

 Un problema particolarmente grave è quello dell’insorgenza dell’obesità tra bambini e adolescenti, esposti fin dall’età infantile a difficoltà respiratorie, problemi articolari, mobilità ridotta, ma anche disturbi dell’apparato digerente e di carattere psicologico.

 Inoltre, chi è obeso in età infantile lo è spesso anche da adulto: aumenta quindi il rischio di sviluppare precocemente fattori di rischio di natura cardiovascolare (ipertensione, malattie coronariche, tendenza all’infarto) e condizioni di alterato metabolismo, come il diabete di tipo 2 o l’ipercolesterolemia.

 L’obesità è definita come un eccessivo accumulo di grasso corporeo in relazione alla massa magra, in termini sia di quantità assoluta, sia di distribuzione in punti precisi del corpo. La misurazione della distribuzione del grasso corporeo può essere effettuata con diversi metodi, dalla misura delle pliche della pelle, al rapporto tra la circonferenza della vita e dei fianchi, o con tecniche ad ultrasuoni, la Tac o la risonanza magnetica.

 La classificazione della popolazione in base al peso viene fatta utilizzando l’indice di massa corporea (Bmi = body mass index, secondo la definizione americana), considerato il parametro più rappresentativo della presenza di grasso corporeo in eccesso. Il Bmi si calcola secondo la formula:

Bmi = peso (in kg)/quadrato dell’altezza (in metri)

Le classi di peso per gli adulti classificate dal Bmi sono:

<18,5 sottopeso

18,5 – 24,9 normopeso

25 – 29,9 sovrappeso

>30 obesità

 Esistono naturalmente delle differenze legate al sesso: a parità di Bmi: le donne tendono ad avere più grasso corporeo rispetto agli uomini, così come gli anziani rispetto ai giovani. Inoltre, chi ha un fisico sportivo potrà pesare di più proprio grazie alla massa muscolare molto sviluppata, ma non rientrare per questo nella categoria sovrappeso o obesità, e per questo motivo il BMI è inaffidabile nei culturisti.

 Nel caso dell’obesità, quando non dipende da una specifica patologia, il trattamento principale è la prevenzione: modificando lo stile di vita, grazie cioè a un’alimentazione corretta e a un’attività fisica adeguata, si può controllare il proprio peso ed evitare che superi i livelli a rischio.

In un anno 800.000 nuovi casi di tumori provocati da Diabete e obesità

 

( da Lancet Endocrinology & Metabolism )

Sono stati quasi 800 mila i casi di cancro registrati nel 2012 in tutto il mondo, attribuibili direttamente al sovrappeso/obesità e al diabete, fattori di rischio modificabili. Un numero corrispondente al 5,6% di tutti i nuovi casi di tumore per quell’anno, molte migliaia dei quali evidentemente evitabili. Un elevato indice di massa corporea (BMI > 25) nel 2012 ha causato 544.300 nuovi casi di cancro, mentre al diabete ne sono riconducibili 280.100.
Nei prossimi anni questi numeri sono destinati ad aumentare, vista la pandemia di diabete e di obesità e le previsioni epidemiologiche sono pessime almeno da qui ai prossimi vent’anni.
Al momento nel mondo si contano 422 milioni di persone con diabete e oltre 2 miliardi di persone obese o in sovrappeso. Utilizzando le stime di prevalenza di diabete e obesità/sovrappeso per il 2025, gli autori dello studio prevedono un aumento di tumori attribuibili a questi due fattori di oltre il 30% nelle donne e del 20% tra gli uomini, rispetto alla prevalenza registrata nel 2002.

 BMI elevato e diabete sono noti fattori di rischio per una serie di tumori a causa delle tante alterazioni biologiche ad essi correlati: iperinsulinemia, iperglicemia, stato di infiammazione cronica, alterazioni ormonali (in particolare a carico degli estrogeni).
La maggior parte dei casi di tumore attribuibili a diabete e sovrappeso/obesità è stata registrata nei Paesi occidentali ad elevato reddito (il 38,2%, cioè 303.000 su 792.600 nuovi casi); seconde in classifica le nazioni dell’est e del sud-est asiatico (24,1% cioè 190.900 su 792.600 nuovi casi).
Le neoplasie del fegato e quelle dell’endometrio/mammella  sono state quelle che hanno dato un contributo numerico maggiore ai casi di tumore attribuibili al diabete (tumori del colon retto, pancreas, fegato, colecisti, mammella endometrio) o ad un elevato BMI (mieloma, tumore del colon retto,colecisti, pancreas, rene, fegato, endometrio, mammella, ovaio, stomaco, tiroide, esofago). Ma ci sono sempre più evidenze che legano il diabete ad un’aumentata  incidenza di mieloma, tumori della vescica, del rene e dell’esofago; questo studio potrebbe dunque aver sottostimato il numero di tumori attribuibili ai diabete.
Tra il 1980 e il 2002, l’aumento di incidenza del diabete nel mondo ha portato nel 2012 ad almeno 77.000 nuovi casi di tumore, attribuibili a questa condizione, facendo segnare un aumento del 26%. Nello stesso arco temporale, l’aumentata incidenza di sovrappeso/obesità ha prodotto un aumento del 32% dei nuovi casi di tumore attribuibili ad un elevato BMI (174.040 nuovi casi).

“L’aumentata incidenza di diabete e obesità a livello globale  – commenta il primo autore dello studio Jonathan Pearson-Stuttard, dell’Imperial College di Londra – potrebbe condurre ad un sostanziale aumento di percentuale dei tumori attribuibili a questi fattori di rischio, se non si interviene. Queste proiezioni destano particolare preoccupazione, anche in considerazione degli elevati costi del cancro e delle malattie metaboliche e sottolineano la necessità di migliorare le misure di controllo e di aumentare la consapevolezza del legame tra cancro, diabete ed elevato BMI”.
“Sia il diabete che l’obesità – scrive in un editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero il dottor Graham Colditz, Washington University School of Medicine (USA) – sono cause modificabili di tumore sulle quali è possibile intervenire a più livelli, sull’individuo, sulla comunità, sui sistemi sanitari e politico. E’ necessario intraprendere più azioni per far sì che la gente mantenga un peso corporeo salutare durante tutto l’arco della vita, a cominciare da giovani”.