Artrosi del ginocchio: l’ esercizio anca migliora la funzione e i sintomi.
I pazienti con artrosi del ginocchio si avvantaggiano dell’aggiunta di esercizi di rafforzamento dell’anca per migliorare la capacità di deambulazione e ridurre il dolore. Stando ad una revisione della letteratura che ha preso complessivamente in esame 340 individui artrosici, gli esercizi più utili sono quelli che utilizzano l’uso di pesi e bande elastiche. L’esercizio è comunque in generale utile per questi pazienti, come affermato dall’autore, A. Bishop dell’Università del Queensland. L’artrosi del ginocchio colpisce un soggetto su 4 oltre i 55 anni, ma spesso questi pazienti non vengono indirizzati alle attività fisiche necessarie, al contrario di quanto raccomandano le linee guida internazionali per la gestione conservativa dell’articolazione. Il rafforzamento dei muscoli dell’anca, ed in particolare degli adduttori, migliora l’assetto del bacino ed il controllo dell’area dorsale e lombare, alleggerendo il carico per il ginocchio.
I programmi d’esercizio efficaci sono quelli che vengono realmente seguiti dal paziente, e quindi andrebbe incoraggiata qualsiasi attività che il paziente trovi divertente e comunque non disturbi le altre attività; va praticata sotto la consulenza di tecnici specialisti del settore sportivo, per evitare incidenti o danni alle articolazioni già problematiche.
Fonte: Br J Sports Med online 2019
Da corsa a camminata, sport aerobico allena anche la mente
Studio Usa, gli effetti positivi aumentano con l’età
Dalla corsa, alla camminata alla bicicletta, l’attività fisica aerobica fa bene non solo al fisico, ma migliora le capacità mentali anche dei ventenni. E gli effetti positivi aumentano con l’età, per cui più si sale con gli anni più la mente trae beneficio da questo tipo odi attività. Lo rivela una ricerca condotta presso la Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, che ha coinvolto 132 adulti tra i 20 ed i 67 anni. Ad aumentare sono l’abilità nel ragionamento, nella pianificazione, nella risoluzione dei problemi. Finora gli effetti della pratica sportiva sulla mente erano stati indagati soprattutto sugli anziani. In questo lavoro il campione è stato suddiviso in gruppi: uno doveva svolgere esercizio aerobico, l’altro (gruppo di controllo) doveva praticare stretching e i classici esercizi di ginnastica che servono a migliorare la stabilità della parte centrale del corpo (dagli addominali alle flessioni). Gli allenamenti richiesti erano tre a settimana ad un’intensità calibrata sul singolo individuo.
A 12 e 24 settimane di allenamento tutti i partecipanti sono stati valutati sul piano cognitivo con dei test ed è emerso che l’esercizio aerobico si associa ad un miglioramento delle funzioni esecutive, come ragionamento e pianificazione. L’aumento di tali capacità, appunto, è tanto più significativo quanto maggiore è l’età dell’individuo. “Le funzioni esecutive di solito raggiungono un picco a 30 anni – spiega l’autore del lavoro, Yaakov Stern – ritengo che l’esercizio aerobico favorisca il recupero di funzioni mentali via via ridotte con l’età, piuttosto che essere in grado di migliorare le performance di individui giovani ancora lontani dal declino mentale”. Ad ogni modo, conclude Stern, alla fine delle 24 settimane tutti coloro che hanno svolto il training aerobico – indipendentemente dall’età – presentavano anche un aumento dello spessore della corteccia cerebrale nel lobo frontale, sede delle funzioni esecutive.
Dieci farmaci al giorno per 1,5 milioni di anziani: il 70% non segue la terapia.
Il 50% degli anziani nel nostro Paese, pari a quasi sette milioni di ‘over 65’ (6 milioni e 800 mila), soffre di almeno una malattia cronica. Cardiopatie, diabete, asma, depressione, osteoporosi, artrosi, artrite reumatoide e glaucoma sono alcune delle patologie con cui devono convivere a lungo, fortunatamente nella maggioranza dei casi vi sono terapie che garantiscono una buona qualità di vita. Ma in troppi non seguono i trattamenti o li abbandonano dopo poco. Si stima che solo la metà dei pazienti assuma i farmaci in modo corretto (Organizzazione mondiale della sanità). Fra gli anziani, i ‘non aderenti’ superano il 70%. Del resto, basta pensare che l’ 11% degli ‘over 65′ (circa 1,5 mln in Italia) deve assumere ogni giorno 10 o più farmaci.
In particolare, snocciolando i dati, in Italia, solo il 57,7% dei pazienti aderisce ai trattamenti antipertensivi, il 63,4% alle terapie ipoglicemizzanti per la cura del diabete, il 40,3% alle cure antidepressive, il 13,4% ai trattamenti con i farmaci per le sindromi ostruttive delle vie respiratorie e il 52,1% alle cure contro l’ osteoporosi. Percentuali che non hanno subito variazioni di rilievo nel corso degli anni, con notevoli costi clinici e sociali. Negli Stati Uniti la mancata aderenza causa sprechi per circa 100 miliardi di dollari ogni anno, in Europa si stimano 194.500 decessi e 125 miliardi di euro l’ anno per i costi dei ricoveri dovuti a questo problema. “La perdita economica cumulativa dovuta alle malattie croniche ammonterà a oltre 47 trilioni di dollari nel prossimo ventennio – spiega Ranieri Guerra, Assistant Director General per le iniziative speciali dell’ Organizzazione mondiale della sanità – Questa cifra rappresenta il 75% del prodotto lordo globale del 2010. A ciò contribuiscono anche le patologie mentali, che da sole valgono 16,1 trilioni, e il 63% di tutte le morti a livello globale è legato alle malattie croniche, soprattutto cardiovascolari, oncologiche, respiratorie e al diabete”.
Prevenzione resta la parola d’ ordine: “Ogni dollaro investito in azioni preventive primarie – continua – garantisce un ritorno di 7 dollari risparmiati in patologie evitabili, è anche vero che la terapia clinica rallenta il progresso delle malattie croniche e salva vite, prolungando l’ aspettativa di vita e migliorandone la qualità”. “La gestione della cronicità in Italia assorbe il 70% della spesa pubblica sociosanitaria – dice Filippo Anelli, presidente della Fnomceo – Va rilevato che, nonostante le aperture del ministero e dell’ Aifa, la prescrizione di alcuni farmaci (antidiabetici orali, anticoagulanti, farmaci contro la Bpco) con una maggiore aderenza, è ancora preclusa ai medici di famiglia, con grave disagio per i pazienti.
La sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia
Ben pochi in Italia raggiungono il livello minimo consigliato per l’attività fisica e ormai tra i bambini solo uno su quattro dedica almeno un’ora a settimana a giochi in movimento, dati dell’Istituto Superiore di Sanità, del Ministero della Salute e del Comitato Olimpico Nazionale Italiano.
Non è soltanto un’attività sportiva di tipo organizzato o agonistico a far mantenere in buona salute, ma tutte le occasioni in cui si può combattere la sedentarietà (come ad esempio camminare, andare in bicicletta, fare giardinaggio, portare il cane a passeggio, ecc).
Dai dati emerge che la sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia, pari a circa 88.200 casi all’anno, e di una spesa in termini di costi diretti sanitari di 1,6 miliardi di euro annui per le quattro patologie maggiormente imputabili alla sedentarietà (tumore della mammella e del colon-retto, diabete di tipo 2, malattia coronarica). Un aumento dei livelli di attività fisica e l’adozione di stili di vita salutari determinerebbero un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale pari a oltre 2 miliardi e 300 mila euro in termini di prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali, trattamenti ospedalieri e terapie farmacologiche evitate.
Anche i dati dell’OMS riportano la stessa stima, calcolata nel mondo: un adulto su quattro non è sufficientemente attivo e l’80% degli adolescenti non raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, in particolare, in Europa oltre un terzo della popolazione adulta e due terzi degli adolescenti non sembrano svolgere abbastanza attività fisica.
In Italia i dati riferiscono che solo il 50% degli adulti raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, che un bambino su quattro dedica al massimo un giorno a settimana (almeno un’ora) allo svolgimento di giochi di movimento, che tra gli adolescenti meno del 10% raggiunge le raccomandazioni dell’OMS, che i maschi sono più attivi delle femmine (anche se usano maggiormente i computer) e che fra gli ultra 64enni il livello di attività fisica svolto dagli anziani diminuisce all’avanzare dell’età ed è significativamente più basso tra le donne, tra le persone con svantaggio socio-economico e tra i residenti nel meridione.
Le motivazioni dei pazienti che si sottopongono a procedure di medicina estetica.
I pazienti che si sottopongono a procedure estetiche minimamente invasive lo fanno, oltre che per motivazioni legate al miglioramento dell’aspetto estetico, per ragioni legate alla salute fisica e al benessere psicosociale.
Più di due pazienti su tre lo fanno per aumentare la propria autostima o migliorare la propria qualità di vita.
I pazienti che decidono di sottoporsi a trattamenti estetici su propria iniziativa sono quasi il triplo di quelli che lo fanno perché consigliati da parenti o amici più o meno coetanei e quasi 20 volte di più di quelli che lo fanno su consiglio del/della partner.
Descrizione dello studio
- Uno studio prospettico osservazionale multicentrico è stato condotto presso 2 università e 11 centri privati di dermatologia degli Stati Uniti.
- Sono stati arruolati 511 pazienti che si sono presentati per un consulto dermatologico.
- I pazienti hanno compilato una scheda demografica e hanno risposto a un sondaggio riguardo alle motivazioni che li spingevano a sottoporsi a procedure di medicina estetica.
- Fonte di finanziamento: American Society for Dermatologic Surgery.
Risultati principali
- L’86% dei partecipanti era di sesso femminile, il 56% aveva più di 45 anni e il 92% aveva un’istruzione superiore, il 53% si era già sottoposto ad almeno 2 procedure cosmetiche.
- La maggior parte dei pazienti desiderava avere un aspetto giovanile e attraente (83%).
- Il 33% dei pazienti voleva apparire bello in fotografia.
- Il 53% dei pazienti desiderava prevenire il peggioramento di una condizione o di alcuni sintomi.
- Il 67% ambiva a sentirsi più felice e sicuro e a migliorare la qualità di vita nel suo complesso.
- Il 61% voleva gratificarsi o festeggiare qualcosa.
- Il 55% desiderava apparire bello per motivi professionali.
- La maggior parte delle motivazioni partiva da un bisogno interiore del paziente, non dipendeva da altri.
- I pazienti con meno di 45 anni si sottoponevano più frequentemente a procedure anti-invecchiamento rispetto a quelli più anziani (26% contro 15%; P<0,001).
- Motivazioni psicologiche o emotive erano più frequenti tra coloro che si sottoponevano a rimodellamento del corpo, o body contouring, (86%), rimozione delle cicatrici dell’acne (86%), rimozione di tatuaggi (73%).
Perché è importante
- La popolarità delle procedure estetiche minimamente invasive (es. fili di trazione, iniezioni per il ringiovanimento del viso, peeling, fillers) è aumentata enormemente.
- Comprendere le motivazioni che spingono verso le procedure estetiche può aiutare a identificare chi ne trarrà maggior beneficio e a dare consigli riguardo alle aspettative.
Maisel A, Waldman A, et al. Self-reported patient motivations for seeking cosmetic procedures. JAMA Dermatology 2018;154(10):1167-1174. doi:10.1001/jamadermatol.2018.2357
Obesità
Secondo il rapporto nazionale del 2016, emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) era in sovrappeso, mentre una persona su dieci era obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni era in sovrappeso. Le differenze sul territorio mostrano una differenza tra Nord e Sud: le Regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone maggiorenni obese e in sovrappeso rispetto a quelle settentrionali.
La percentuale di popolazione in sovrappeso cresce all’aumentare dell’età e, in particolare, il sovrappeso passa dal 14% della fascia di età 18-24 anni al 46% tra i 65-74 anni, mentre l’obesità passa, dal 2,3% al 15,3% per le stesse fasce di età. Inoltre, la condizione di sovrappeso è più diffusa tra gli uomini rispetto alle donne (sovrappeso: 44% vs 27,3%; obesità: 10,8% vs 9%).
Nonostante il grado di malnutrizione esistente sul pianeta, l’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica nel mondo; si sta diffondendo in molti Paesi e può causare, in assenza di un’azione immediata, problemi sanitari molto gravi nei prossimi anni.
L’eccesso ponderale è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo, in genere a causa di un’alimentazione scorretta e di una vita sedentaria. Alimentazione e attività fisica sono comportamenti fortemente influenzati dalle condizioni sociali, economiche e culturali. Sfatando un luogo comune abbastanza diffuso, l’obesità non è un “problema dei ricchi”. O almeno, non solo: le fasce di popolazione più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico tendono infatti a consumare più carne, grassi e carboidrati, piuttosto che frutta e verdura, e a curare meno la propria immagine e il benessere fisico.
A livello psicologico, l’obesità può stravolgere completamente la vita di una persona: chi è obeso spesso viene isolato e sottoposto a una vera e propria stigmatizzazione sociale, che rende difficile qualunque tipo di socialità. In particolare, i bambini in sovrappeso tendono a sviluppare un rapporto difficile con il proprio corpo e con i propri coetanei, con conseguente isolamento, che spesso si traduce in ulteriori abitudini sedentarie.
Obesità e sovrappeso sono condizioni associate a morte prematura e sono fattori di rischio per le più diffuse malattie croniche.
Un problema particolarmente grave è quello dell’insorgenza dell’obesità tra bambini e adolescenti, esposti fin dall’età infantile a difficoltà respiratorie, problemi articolari, mobilità ridotta, ma anche disturbi dell’apparato digerente e di carattere psicologico.
Inoltre, chi è obeso in età infantile lo è spesso anche da adulto: aumenta quindi il rischio di sviluppare precocemente fattori di rischio di natura cardiovascolare (ipertensione, malattie coronariche, tendenza all’infarto) e condizioni di alterato metabolismo, come il diabete di tipo 2 o l’ipercolesterolemia.
L’obesità è definita come un eccessivo accumulo di grasso corporeo in relazione alla massa magra, in termini sia di quantità assoluta, sia di distribuzione in punti precisi del corpo. La misurazione della distribuzione del grasso corporeo può essere effettuata con diversi metodi, dalla misura delle pliche della pelle, al rapporto tra la circonferenza della vita e dei fianchi, o con tecniche ad ultrasuoni, la Tac o la risonanza magnetica.
La classificazione della popolazione in base al peso viene fatta utilizzando l’indice di massa corporea (Bmi = body mass index, secondo la definizione americana), considerato il parametro più rappresentativo della presenza di grasso corporeo in eccesso. Il Bmi si calcola secondo la formula:
Bmi = peso (in kg)/quadrato dell’altezza (in metri)
Le classi di peso per gli adulti classificate dal Bmi sono:
<18,5 sottopeso
18,5 – 24,9 normopeso
25 – 29,9 sovrappeso
>30 obesità
Esistono naturalmente delle differenze legate al sesso: a parità di Bmi: le donne tendono ad avere più grasso corporeo rispetto agli uomini, così come gli anziani rispetto ai giovani. Inoltre, chi ha un fisico sportivo potrà pesare di più proprio grazie alla massa muscolare molto sviluppata, ma non rientrare per questo nella categoria sovrappeso o obesità, e per questo motivo il BMI è inaffidabile nei culturisti.
Nel caso dell’obesità, quando non dipende da una specifica patologia, il trattamento principale è la prevenzione: modificando lo stile di vita, grazie cioè a un’alimentazione corretta e a un’attività fisica adeguata, si può controllare il proprio peso ed evitare che superi i livelli a rischio.
In presenza di disturbi psichici aumenta la probabilità di soffrire di dolore cronico alla schiena o al collo
- Individui con disturbi psichici di vario tipo, e non solo coloro che soffrono di depressione e ansia, hanno un rischio più elevato di andare incontro a dolore cronico a schiena/collo.
- All’aumentare del numero di disturbi psichici di cui soffre il soggetto aumenta il rischio di dolore cronico.
- L’insorgenza precoce di disturbi psichici si associa maggiormente a un successivo dolore cronico rispetto all’insorgenza tardiva.
Descrizione dello studio
- L’iniziativa dell’Organizzazione Mondiale della Salute Mentale ha coinvolto 52.095 soggetti di 19 nazioni cui sono state somministrate l’intervista diagnostica strutturata per valutare la salute psichica e un questionario apposito per la valutazione dei sintomi, dell’intensità e della data di esordio del dolore cronico.
- Sono stati valutati 16 disordini psichici: disturbi d’ansia (panico, agorafobia senza panico, fobia specifica, fobia sociale, disturbo da stress post-traumatico, ansia generalizzata, disturbo ossessivo compulsivo), disturbi dell’umore (depressione/distimia, disturbi bipolari di tipo 1 e 2), disturbi da uso di sostanze (abuso e dipendenza da alcool o droga), disturbi del controllo degli impulsi (disturbo esplosivo intermittente, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata).
Risultati principali
- Il 24,7% degli intervistati ha riferito di soffrire di dolore cronico a schiena/collo.
- La prevalenza è molto variabile; l’Italia è il paese con la prevalenza più alta: 50,5%.
- Tutti i disturbi psichici si associano con una successiva insorgenza di dolore cronico a schiena/collo.
- Esiste una relazione tra il numero di disordini psichici e l’insorgenza di dolore cronico a schiena/collo, che aumenta nettamente.
- Per quasi tutti i disturbi psichici, con l’insorgenza precoce aumenta il rischio di dolore cronico rispetto all’esordio tardivo; questo dato si conferma per depressione /distimia.
- Nella maggior parte dei casi, quanto più anticipata è l’insorgenza del dolore cronico a schiena/collo, tanto più rilevante è il ruolo del disturbo mentale.
- Non ci sono differenze tra i sessi.
Perché è importante
- L’associazione tra depressione/ansia e dolore è ormai assodata, mentre è meno chiara la rilevanza di altri disturbi psichici nell’insorgenza di dolore cronico.
- Questo studio mostra che gli individui con disordini mentali di vario tipo hanno un rischio maggiore di sviluppare dolore alla schiena/collo.
- I medici che hanno in cura pazienti con problematiche di salute psichica, identificando precocemente i sintomi del dolore cronico possono intervenire e migliorare la prognosi di una malattia potenzialmente invalidante.
In un anno 800.000 nuovi casi di tumori provocati da Diabete e obesità
( da Lancet Endocrinology & Metabolism )
Sono stati quasi 800 mila i casi di cancro registrati nel 2012 in tutto il mondo, attribuibili direttamente al sovrappeso/obesità e al diabete, fattori di rischio modificabili. Un numero corrispondente al 5,6% di tutti i nuovi casi di tumore per quell’anno, molte migliaia dei quali evidentemente evitabili. Un elevato indice di massa corporea (BMI > 25) nel 2012 ha causato 544.300 nuovi casi di cancro, mentre al diabete ne sono riconducibili 280.100.
Nei prossimi anni questi numeri sono destinati ad aumentare, vista la pandemia di diabete e di obesità e le previsioni epidemiologiche sono pessime almeno da qui ai prossimi vent’anni.
Al momento nel mondo si contano 422 milioni di persone con diabete e oltre 2 miliardi di persone obese o in sovrappeso. Utilizzando le stime di prevalenza di diabete e obesità/sovrappeso per il 2025, gli autori dello studio prevedono un aumento di tumori attribuibili a questi due fattori di oltre il 30% nelle donne e del 20% tra gli uomini, rispetto alla prevalenza registrata nel 2002.
BMI elevato e diabete sono noti fattori di rischio per una serie di tumori a causa delle tante alterazioni biologiche ad essi correlati: iperinsulinemia, iperglicemia, stato di infiammazione cronica, alterazioni ormonali (in particolare a carico degli estrogeni).
La maggior parte dei casi di tumore attribuibili a diabete e sovrappeso/obesità è stata registrata nei Paesi occidentali ad elevato reddito (il 38,2%, cioè 303.000 su 792.600 nuovi casi); seconde in classifica le nazioni dell’est e del sud-est asiatico (24,1% cioè 190.900 su 792.600 nuovi casi).
Le neoplasie del fegato e quelle dell’endometrio/mammella sono state quelle che hanno dato un contributo numerico maggiore ai casi di tumore attribuibili al diabete (tumori del colon retto, pancreas, fegato, colecisti, mammella endometrio) o ad un elevato BMI (mieloma, tumore del colon retto,colecisti, pancreas, rene, fegato, endometrio, mammella, ovaio, stomaco, tiroide, esofago). Ma ci sono sempre più evidenze che legano il diabete ad un’aumentata incidenza di mieloma, tumori della vescica, del rene e dell’esofago; questo studio potrebbe dunque aver sottostimato il numero di tumori attribuibili ai diabete.
Tra il 1980 e il 2002, l’aumento di incidenza del diabete nel mondo ha portato nel 2012 ad almeno 77.000 nuovi casi di tumore, attribuibili a questa condizione, facendo segnare un aumento del 26%. Nello stesso arco temporale, l’aumentata incidenza di sovrappeso/obesità ha prodotto un aumento del 32% dei nuovi casi di tumore attribuibili ad un elevato BMI (174.040 nuovi casi).
“L’aumentata incidenza di diabete e obesità a livello globale – commenta il primo autore dello studio Jonathan Pearson-Stuttard, dell’Imperial College di Londra – potrebbe condurre ad un sostanziale aumento di percentuale dei tumori attribuibili a questi fattori di rischio, se non si interviene. Queste proiezioni destano particolare preoccupazione, anche in considerazione degli elevati costi del cancro e delle malattie metaboliche e sottolineano la necessità di migliorare le misure di controllo e di aumentare la consapevolezza del legame tra cancro, diabete ed elevato BMI”.
“Sia il diabete che l’obesità – scrive in un editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero il dottor Graham Colditz, Washington University School of Medicine (USA) – sono cause modificabili di tumore sulle quali è possibile intervenire a più livelli, sull’individuo, sulla comunità, sui sistemi sanitari e politico. E’ necessario intraprendere più azioni per far sì che la gente mantenga un peso corporeo salutare durante tutto l’arco della vita, a cominciare da giovani”.
Chi è il medico estetico
Il medico estetico è il medico (quindi un laureato in medicina e chirurgia) che nella sua professione medica, si occupa in particolare di eseguire i trattamenti di medicina estetica, quali filler, tossina botulinica, intralipoterapia, mesoterapia, fili di trazione o biostimolanti, peeling chimici, sclerosanti e molti altri.
La medicina estetica è infatti una branca multi-disciplinare, ovvero che richiede conoscenze che derivano da varie specialità (ad esempio la dermatologia, il metabolismo, l’angiologia, la dietologia, la chirurgia estetica, ecc..).
Saranno quindi l’esperienza e le capacità professionali del medico estetico ad indicare alla paziente quale può essere il miglior trattamento per il suo inestetismo, oppure ad indicare un mix di vari trattamenti multidisciplinari.
Talvolta il medico estetico può aver conseguito una o più specializzazioni (ad esempio un medico estetico può essere uno specialista in dermatologia, metabolismo, chirurgia vascolare…
Il medico estetico può anche non avere nessuna specializzazione specifica, in quanto non esiste una particolare specializzazione universitaria in medicina estetica (infatti non esiste alcun medico che possa vantarsi di essere specialista in medicina estetica, almeno in Italia).
Per questo motivo, i trattamenti di medicina estetica possono essere eseguiti da un medico, anche senza alcuna specialità, purché in possesso di laurea ed abilitazione all’esercizio della professione medica, e regolarmente iscritto presso l’Ordine dei Medici della sua Provincia.
Risulta quindi importante, nel momento di valutare la scelta di un medico estetico, conoscere il suo curriculum, e le esperienze professionali che ha accumulato nel corso degli anni.
Gli elementi che è importante valutare nella scelta del medico estetico al quale affidarsi sono vari, e di seguito ne elenco almeno alcuni:
– Esperienza e capacità del medico
– Curriculum professionale
– Eventuale specialità conseguita
– Eventuali pareri di altri pazienti che si sono rivolti al medesimo professionista
Va ricordato infine che di solito è sconsigliato rivolgersi a medici estetici che praticano prezzi eccessivamente bassi, ovvero fuori dalla media di mercato, in quanto dietro a questo risparmio economico si nasconde necessariamente un risparmio sui prodotti utilizzati nel trattamento o su altri elementi che possono coinvolgere direttamente la salute della paziente, la sua sicurezza, ed il risultato finale.